Molti errori ma il futuro è l’Europa

Molti errori ma il futuro è l’Europa

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02 gennaio 2019

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Francoforte. 1° gennaio 1999 (Ansa)

Vent’anni è un periodo di tempo troppo breve per commentare la storia di un grande evento ma è anche un periodo troppo lungo per ricordarne tutti gli aspetti più significativi.

Questa regola vale anche per i vent’anni dell’Euro. Pochi oggi ricordano come l’Italia fosse allora quasi unanime, cosa rara nel nostro paese, nel volere entrare nel gruppo delle nazioni che intendevano adottare la nuova moneta. E che per raggiungere quest’obiettivo, avesse accettato l’imposizione dei necessari sacrifici con un’imposta straordinaria, poi restituita nei termini previsti: un’imposta chiamata quasi provocatoriamente «tassa per l’Europa».

Pochi ricordano la condivisa approvazione e il senso di orgoglio collettivo con cui fu accolto il nostro ingresso nell’Euro e quasi nessuno tiene conto di come si abbassò subito il tasso di interesse e il livello di inflazione, per cui si accesero mutui con un costo pari a un terzo di quello precedente. Di conseguenza cessarono subito le continue svalutazioni che erano state messe sotto accusa dai partner europei, non più disposti a sopportare i nostri comportamenti. Ben pochi oggi ricordano come fu ricevuto con generale approvazione il tasso di cambio ottenuto nei negoziati per l’entrata nell’Euro: novecentonovanta Lire per Marco. Un risultato vicino all’obbiettivo da tutti ritenuto ideale di mille lire per Marco, così da rendere la nostra economia più concorrenziale possibile di fronte a quella dei nostri partner europei, molti dei quali infatti ritennero che era stato fatto un regalo eccessivo all’Italia. E nessuno forse ricorda come l’adozione della nuova moneta sia stata accompagnata da rigorose regole di comportamento che obbligavano a rendere pubblico il listino dei prezzi dei beni sia in lire che in Euro e che prevedevano la costituzione di comitati provinciali deputati all’analitico controllo dei prezzi stessi. Ovviamente nessuno ricorda che il governo di centro-destra, a cui spettava l’obbligo di mettere in atto queste misure, non le volle affatto adottare, permettendo così un immediato e ingiustificato aumento dei prezzi che, è bene sottolineare, non riguardò soltanto il caffè al bar ma la generalità dei beni e dei servizi a cominciare, con mia grande sorpresa e disappunto, dal prezzo dei giornali. E, per finire con i ricordi, è opportuno sottolineare che questo ingiustificato e fraudolento rincaro sia avvenuto solo in Italia e in Grecia, mentre negli altri paesi entrati nell’Euro, i nuovi prezzi sono stati fissati seguendo in modo aritmetico il rapporto di cambio fissato.

Questa è stata una delle cause che ha fatto progressivamente mutare il giudizio di molti italiani sulla moneta unica: un cambiamento dovuto non all’Euro ma al modo in cui la sua applicazione è stata messa in atto in Italia. Il progredire dei successivi giudizi negativi si basa soprattutto sul fatto che l’aumento del PIL dei paesi che hanno adottato la nuova moneta è stato inferiore non solo alla crescita media mondiale ma anche a quella dei paesi a più alto livello di reddito come gli Stati Uniti. Un fatto incontrovertibile soprattutto negli ultimi dieci anni. Un fatto tuttavia non attribuibile all’Euro ma al cambiamento della leadership politica europea. Tutti infatti sapevano che una moneta comune doveva essere accompagnata da una politica economica comune. Più volte lo feci presente ai partner europei e ricordo la risposta del cancelliere tedesco Helmut Kohl che replicava: «Tu sei italiano e dovresti sapere che Roma non è stata fatta in un giorno», impegnandosi con questo alla successiva messa in atto di tutte le misure necessarie per fare crescere ed irrobustire l’Euro. Non è stato così. L’Unione Europea ha progressivamente visto prevalere gli interessi nazionali, rappresentati nel Consiglio Europeo, sugli equilibri sovranazionali faticosamente so sostenuti dalla Commissione. Non dobbiamo perciò sorprenderci che la forza degli interessi nazionali si sia tradotta nel dominio dei paesi più potenti, tra i quali l’Italia non ha trovato posto a causa del suo debito pubblico. Da un lato quindi abbiamo sofferto per una sciagurata politica di austerità, che ha adottato le regole di Maastricht in modo “stupido” (come ho più volte ripetuto ricevendo valanghe di insulti) e, dall’altro, i guai si sono moltiplicati per effetto di una politica italiana che pensava si potessero ignorare totalmente queste regole, mentre era invece possibile tenerne conto pur nel rispetto dei nostri interessi. Anche se non è forse carino, vorrei infatti ricordare che proprio dieci anni fa, quando lasciai il governo, eravamo riusciti a diminuire il nostro rapporto fra debito e PIL fino al livello di quello che ha oggi la Francia. Sarebbe stato almeno possibile non lasciarlo crescere fino al punto di essere considerati il ventre debole dell’Europa.

Il giudizio della storia sull’Euro non potrà essere evidentemente confinato in una prospettiva solo italiana. Gli avvenimenti successivi, soprattutto quelli degli ultimi anni, ci dimostrano che senza il pilastro della moneta unica (accompagnata naturalmente da una politica economica altrettanto unica) noi europei non avremo alcun futuro. Lo strapotere del dollaro e l’ascesa della Cina ci stanno semplicemente emarginando. A vent’anni dalla sua introduzione l’Euro rimane quindi una condizione fondamentale per la nostra sopravvivenza economica e politica. Una condizione per avere ancora un ruolo nella storia. All’inizio del nuovo anno ci auguriamo quindi che i nostri governanti siano in grado di interpretare la storia che incombe su di noi.
Economista, due volte premier italiano ed ex presidente della Commissione europea

 

 

Robert Schuman Padre dell’Europa

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Robert Schuman nasce a Lussemburgo da padre loreno di nascita francese, dopo l’annessione della Lorena alla Prussia (1871) diventa cittadino tedesco, e da madre lussemburghese da cui riceve una formazione cattolica.
Schuman cresce conoscendo due culture, quella tedesca e quella francese, la sua formazione lo porterà negli anni ad adoperarsi per il superamento delle incomprensioni franco-tedesche, nella difesa delle minoranze linguistiche e territoriali.
A Lussemburgo vive fino alla formazione secondaria, per gli studi universitari decide di andare in Germania e nel 1912, a Metz, apre un suo studio di avvocato. Qui fa conoscenza con il vescovo che ne apprezza subito il giovane avvocato, facendone il responsabile della Federazione diocesana dei gruppi giovanili.
Robert Schuman non prende parte al primo conflitto mondiale, dal quale è stato esonerato per motivi di salute. Al finire della Prima guerra mondiale comincia ad interessarsi di politica, nel 1918 diventa consigliere comunale a Metz.
Con l’armistizio del novembre 1918 l’Alsazia-Lorena passa dalla Germania alla Francia e nel 1919 con il 64% dei voti nel suo collegio, viene eletto per conto dell’Unione Repubblicana Lorena (partito moderato) al Parlamento francese come deputato della Mosella. Incarico che ricopre fino al 1940. I Deputati eletti al Parlamento nazionale hanno un importante compito: integrare il diritto vigente in Lorena con quello francese, difendendo le particolarità locali.
Nel 1931 lascia l’Unione Repubblicana che considera troppo conservatrice aderendo a PDP (democratici popolari), un nuovo partito che ha aderito all’internazionale democratico-cristiana guidata da Don Luigi Sturzo. Il programma del PDP prevede tra l’altro il diritto di voto per le donne.
Dal PDP esce però nel 1939 in disaccordo con il partito che si schiera con il Fronte repubblicano spagnolo nella guerra civile, perché stava perseguitando la Chiesa cattolica.
Nel 1935 vota contro il patto di collaborazione franco-sovietico, interrompendo così i suoi numerosi viaggi in Germania e allacciando contatti con gli oppositori.
Inizialmente Schuman non comprende la pericolosità di Hitler, non comprende la sua determinazione a portare la Germania e l’Europa alla guerra mondiale, e considera l’accordo di Monaco (1938) un accordo che può salvare la pace.
Dal 1936, Schuman è anche consigliere generale del dipartimento della Mosella.
Con lo scoppio della Seconda guerra mondiale, nel marzo del 1940 Schuman viene nominato sottosegretario per i rifugiati nel Governo Reynaud. Nei tre mesi successivi alla nomina coordina gli aiuti ai milioni di profughi che fuggono dai nazisti.
A maggio del 1940 si insedia il Governo Pétain che chiede l’armistizio alla Germania e si instaura il regime collaborazionista di Vichy. Schuman a sua insaputa è confermato sottosegretario e rassegna subito le dimissioni.
Il 14 settembre viene arrestato dalla Gestapo, è il primo parlamentare francese arrestato. In prigione passa sette mesi, i nazisti vorrebbero deportarlo nel campo di concentramento di Dachau, ma il procuratore tedesco della regione fa ottenere al deputato francese il soggiorno obbligato a Neustadt, in Germania
Nel 1942 evade e si rifugia a Lione. Entra nelle file della Resistenza partecipando successivamente alla fondazione del MRP (Movimento Repubblicano Popolare) che aderisce all’internazionale democratico-cristiana.
Finita la guerra viene eletto nelle due Assemblee Costituenti (1945 e 1946) e nel 1946 alla prima Assemblea Nazionale dove verrà sempre rieletto sino al 1962. Nel 1946 viene nominato ministro delle Finanze, Presidente del Consiglio nel 1947 carica che ricopre per circa un anno, dal 1948 fino al 1953 è ministro degli Esteri.
Come ministro degli Esteri è protagonista dei negoziati che si svolgono per la creazione del Consiglio d’Europa, della Nato, e della CECA.
Il Ministro è convinto del bisogno di superare la convinzione di molti di punire la Germania per i crimini commessi e per il sostegno al nazismo; le richieste di smembrando dello Stato tedesco vengono da più parti, lo smembramento per Schuman sarebbe stata una ripetizione degli errori commessi dopo la Prima guerra mondiale. È convinto, dunque, che inserire la Germania in un progetto unitario possa tenerla sotto controllo.
È proprio la CECA la più grande vittoria di Schuman, il piano viene lanciato il 9 maggio del 1950 su ispirazione di Jean Monnet. La “Dichiarazione Schuman pone le basi per la creazione di una federazione europea indispensabile per il mantenimento della pace in Europa. La prima tappa di questa federazione è l’alta autorità comune della produzione del carbone e dell’acciaio franco-tedesca, le materie prime più importanti. Francia e Germania con questo accordo avrebbero limitato la propria sovranità in favore di un’autorità comune.
Il 9 maggio del 1950 presenta al Consiglio dei Ministri il progetto, dopo aver ricevuto il consenso del cancelliere tedesco Adenauer. Viene approvato.
Il 10 maggio aderisce l’Italia. Nel 1951 il trattato istitutivo della CECA viene siglato da Francia, Germania, Italia, Belgio, Olanda, Lussemburgo (i Paesi allora guidati dai democratico-cristiani), entra in vigore nel 1952.
L’ultimo incarico governativo ricoperto da Schuman è quello di Ministro della giustizia (1955-1956)
Dal 19 marzo 1958 al 1960 Schuman è stato il primo presidente dell’Assemblea parlamentare europea, eletto all’unanimità.
Alla fine del suo mandato l’Assemblea parlamentare europea proclamò Schuman “padre dell’Europa”.

Dal 19 marzo 1958 al 1960 Schuman è stato il primo presidente dell’Assemblea parlamentare europea, eletto all’unanimità. Alla fine del suo mandato l’Assemblea parlamentare europea proclamò Schuman “padre dell’Europa”.

Il 9 maggio di ogni anno si celebra la Festa dell’Europa, è stata scelta questa data proprio per ricordare il primo mattone che segna l’inizio del processo d’integrazione europea con l’obiettivo di una futura unione federale.

Il Presidente Mattarella e la “felicizia”

Ho potuto ascoltare il discorso del Presidente Mattarella, ne ho letti ampi resoconti. Condivido tutto,  sia il contenuto che l’autorevole garbo,  e tra le diverse osservazioni giornalistiche fatte , una mi ha colpito più di tutte , quella di Enrico Mentana . Lui scrive: “Chi ha visto in Mattarella il capo dell’opposizione non ha capito niente. È il guardiano della democrazia, e della comunità. Chi nel governo è insofferente ai vincoli dell’arbitro in realtà non sopporta le regole, chi invoca l’arbitro come freno alla maggioranza ammette di non saperlo fare da solo”.

Forse ne ha per tutti il Presidente, sia per il governo sia che per chi oggi ad esso si oppone . Infatti,  se da una parte parla esplicitamente di chi gratta il fondo del barile  delle paure , dall’altra, in maniera più sfumata, si coglie l’accenno a chi fa , come dice Mentana, il tifo per l’arbitro.

Devo immaginare, al netto di quel che sappiamo, che forse questi anomali tifosi, tra cui  anch’io , non entrano in campo come dovrebbero perché non stimano a sufficienza la propria parte. Perché non la sentono capace di offrire coesione e organizzazione al proprio e all’altrui dissenso.

Un deficit di autostima, di vicinanza, di amicizia in definitiva. Uno status che va assolutamente colmato. E qui, ancora una volta , il Presidente ci viene in aiuto, parlando di valori antichi con una parola inventata da una bambina : “ felicizia “ .

Un misto di ottimismo ed affidamento tra chi ha buone intenzioni comuni. Un qualcosa che consenta, a chi si ritrova nei valori della vicinanza e della tolleranza, di organizzarsi cercando ciò che unisce e non quel che divide. Qualcosa che consenta a tutti noi di sbarazzarsi della rabbia, della frustrazione,dei personalismi, delle furbizie idiote.

Che ci consenta di scendere nuovamente in campo usando per il bene comune i mezzi che questo tempo ci offre. Senza abbandonarli a chi della rabbia, della paura e dell’insicurezza fa un motore potente. Impariamo a praticare quel che suggerisce questa nuova parola .

Oggi  per dire insieme la nostra , domani per batterci efficacemente ed a viso aperto contro ciò che ancora una volta esce dal fondo del barile.

Alfeo Brandimarte

3 gennaio – consigli di lettura

Consigli di lettura per giovedì 3 gennaio 2019

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